LUIGI CAGNOLA DI PASSAGGIO

Luigi Cagnola nacque a Milano il 9 giugno 1764 dal marchese Gaetano e da Emilia Serponti, appartenenti alla più antica nobiltà milanese, architetto, fu uno dei maggiori rappresentanti del gusto neoclassico a Milano. 

Ammesso a quattordici anni al Collegio Clementino di Roma, completò gli studi universitari all’Università di Pavia. 

Inizialmente avviato alla professione legale, ottenne un posto nell’Amministrazione austriaca a Milano. Avviato dalla famiglia alla carriera diplomatica, entrò nell’amministrazione austriaca e fu assegnato, per le sue qualità di disegnatore, all’ufficio che si occupava dei confini dello Stato. 

Ma i suoi interessi erano volti soprattutto all’architettura, nella quale si volle pur sempre considerare un “dilettante”, in pochi anni produsse molti progetti di fantasia tra i quali due chiese, rispettivamente a una e a tre navate, una chiesa a pianta centrale, diversi casini di caccia e un padiglione per giardino a pianta triangolare che suscitò una certa eco nell’ambiente milanese. 

Spinto dalla passione per l’architettura, presentò una proposta per la progettazione della nuova Porta Orientale di Milano. 

La proposta venne scartata, anche in ragione degli eccessivi costi che avrebbe comportato, ma da quel momento Cagnola si dedicò interamente all’architettura. 

Con la vittoria francese a Marengo il 14 giugno 1800, fuggì prima a Venezia poi a Verona. 

Rientrato a Milano, non ebbe difficoltà ad inserirsi nel nuovo ambiente governativo napoleonico, diventando molto rapidamente uno degli architetti ufficiali, mentre venivano messi in disparte gli artisti legati ai regimi precedenti. 

La posizione di nobile e di “dilettante” architetto favorito dal regime gli permise di svolgere un ruolo particolare e specifico nell’architettura milanese del neoclassicismo: scegliendo gli incarichi non oppresso da necessità di lavoro, poté dedicarsi solo ad opere significative, che hanno di fatto inciso nel tessuto di Milano come veri “distintivi urbani”. 

Lo scopo celebrativo e rappresentativo delle opere ha peraltro condizionato la sua ricerca facendola oscillare tra la favorita e più approfondita ispirazione neopalladiana e la ripresa di motivi romani e greci. Ma il suo operato si segnala sempre per la chiarezza compositiva controllata con illuminato rigore razionalista e soprattutto per la capacità di trattare le superfici e i dettagli. 

E’ un esempio di questo momento la villa Zurla a Vaiano Cremasco, sensibile ad influenze palladiane.

Col ritorno degli Austriaci e la Restaurazione, la sua posizione sociale gli permise ancora una volta di inserirsi nella mutata situazione politica ma, esautorata la commissione d’ornato e abbandonato del tutto il piano regolatore, si fecero man mano più rari gli incarichi pubblici importanti e in linea di massima si andò anche modificando il campo dei suoi interventi. 

Le opere di questo periodo denotano, assieme a un costante distacco da temi celebrativi, una scelta stilistica per forme più semplici, e un prevalente interesse per le ricerche volumetriche. 

A Verdello costruì per sé, attorno al 1820, una villa con parco (poi Giavazzi), ancora sensibile a influenze venete. La rotonda della chiesa di Ghisalba, iniziata nel 1822 e ultimata nel 1832 dopo la sua morte, con qualche modifica, è riedizione del Pantheon, che riprende disegni e studi fatti nel 1817 per il S. Francesco da Paola a Napoli con altri, tra cui P. Bianchi, autore del progetto definitivo e già suo allievo. Tra il 1824 e il 1829 fu edificato il campanile di Urgnano, una delle opere più originali e coerenti: in essa “l’esaltazione plastica è perseguita col maggior rigore…; …tutto è insolito: la pianta circolare…, la sovrapposizione dei tre ordini – poggiati su un piedistallo e conclusi dalla cupoletta sferica- sostenuta da cariatidi… – finalmente le superfici lisce… “. 

Altre opere attribuite al Cagnola presenti nel della media pianura lombarda sono: risalente a prima del 1805 a Fara Gera d’Adda la facciata della parrocchiale di S. Alessandro in stile “settecentesco” e forse tutta la chiesa, del 1823 a Verdello la cappella funeraria Gambarini.

Morì di apoplessia a Inverigo (Como) il 14 agosto 1833. 

Fu sepolto, secondo il testamento, a Ozzero. Nel 1933, in occasione del centenario, le spoglie furono trasportate nel famedio del cimitero monumentale di Milano.

La sua attività, nell’ambito del neoclassicismo milanese del secondo periodo, è stata straordinariamente feconda e innovativa per la formazione romana e veneta, che gli permise di innestare nella tradizione locale gli insegnamenti di Vitruvio e Palladio, non disgiunti peraltro da riferimenti al “razionalismo” francese. 

La complessità del suo stile si unifica nella costante aspirazione al “monumento” urbano in senso classico, raggiungendo straordinari vertici espressivi soprattutto nell’arco di porta Ticinese e nelle ultime opere (campanile di Urgnano, chiesa di Ghisalba): in esse la ricerca di effetti volumetrici e plastici lo portò anche a particolari tecniche di trattamento delle superfici, come la stuccatura levigata dei corpi cilindrici (colonne) e le semplificazioni in senso geometrico e antidecorativo di elementi costruttivi classici.